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Abu Ghraib e il fallimento della società americana

Di David Walsh
10 Giugno 2004

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Il discorso per cui la tortura di detenuti iracheni da parte di personale militare statunitense e appaltatori civili sia il risultato delle azioni di poche “pecore nere” va respinto con vilipendio. Ogni investigazione semi-seria, condotta dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, i mass media o le forze armate americane stesse, indica uno schema “sistemico” di umiliazione, terrore e—in un numero sconosciuto di casi—omicidio prevalente nelle prigioni e nei campi che detengono i prigionieri iracheni.

In ogni caso, la recente rivelazione in base alla quale gli avvocati del Dipartimento di Giustizia hanno preparato alcuni memorandum negli anni 2002-03 per il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld in cui veniva affermato che George W. Bush come “comandante in carica” non era tenuto ad osservare trattati internazionali o leggi statunitensi che proibissero la tortura, dovrebbe eliminare ogni ingenua illusione. Dall’inizio dell’invasione dell’Irak la tortura è sempre stata il programma ufficiale delle forze armate e del governo americano—seppur non dichiarato pubblicamente.

In ultima analisi, la violenza nel trattamento usato sui detenuti, 70-90 per cento dei quali, secondo la Croce Rossa, non sono nemmeno “colpevoli” di partecipazione nell’insurrezione, deriva dal carattere predatorio e criminale della guerra e del disegno piú ampio di cui fa parte: il tentativo di stabilire il dominio americano a livello globale per mezzo di una aggressione militare spietata. La chiacchiera—puntata principalmente a gettare polvere negli occhi dell’opinione pubblica mondiale e specificamente americana—che le forze armate americane facessero un serio sforzo per conquistare “i cuori e le menti” del popolo iracheno è andata scemando.

L’abominio quasi universale verso l’occupazione americana in Irak, eccetto forse in quei circoli che dipendono dalla beneficenza americana o quelli ancora speranzosi di beneficiare dal portafoglio di Washington, è un fatto ormai empiricamente stabilito. Ogni piccola sconfitta degli americani e delle forze alleate è benvenuta con grandi celebrazioni popolari dagli iracheni. Il conflitto, dal punto di vista militare, è gia stato perso. Le forze armate americane possono infliggere danni gravi e duraturi, ma non possono significativamente regolare o “stabilizzare” l’Irak sotto il loro controllo.

Dal punto di vista dell’apparato di intelligenza militare e della cricca dei reazionari nel governo Bush, lo scopo della tortura e della violenza nei centri di detenzione iracheni è da sé evidente. Dovendo affrontare un’opposizione in aumento ed allargata, la scorsa estate—confondendo la propaganda di governo, trasmessa dai servili mass media americani, riguardo una “liberazione” facile e pacifica dell’Irak—gli ufficiali militari, quelli della CIA e di governo sono ricorsi al modello “Battaglia di Algeri”, elaborato per primo dai francesi nel loro tentativo di sopprimere le lotte anticolonialiste in Algeria alla fine degli anni 50.

Questo metodo consiste nell’utilizzazione di terrore all’ingrosso: migliaia di persone vengono trascinate a posti di blocco e in altre retate: la gente è impaurita, umiliata e torturata al fine di “ammorbidirla”; vengono poi interrogati sulla loro conoscenza della resistenza anticolonialista e dei suoi sostenitori; viene presto resa un’immagine dell’organizzazione della resistenza attraverso questi metodi e le forze armate sono cosí pronte a sterminare tale organizzazione e i suoi membri.

Ecco la strategia, che, bisogna far notare, non funzionò a lungo in Algeria o in Vietnam (esemplificata dalla nota Operazione Phoenix della CIA, ad esempio, in cui circa ventimila vietnamiti venivano uccisi).

Un fenomeno piú allarmante riguarda la disponibilità di certi militari americani, uomini e donne, di partecipare a questi orrori. Come e perché può essere possibile ciò?

I socialisti rifiutano il concetto della “colpa collettiva” dei tedeschi per il Nazismo, né siamo disposti a sottoscrivere alla teoria de ”l’americano cattivo”—in altre parole, che una larga fascia della popolazione americana sia stata cosí infetta dallo zelo imperialista-sciovinista del mondezzaio umano nella Casa Bianca e nel Pentagono che può solo rispondere con violenza sfrenata, in particolare quando affronta popoli oppressi.

Processi sociali ed economici ben specifici sono stati i meccanismi chiave che hanno creato una fascia di persone che non resistono la tentazione di condurre questa sorta di abusi orrendi inflitti su migliaia di iracheni ad Abu Ghraib ed altri centri di detenzione.

Bisogna affrontare, prima di tutto, il ruolo giocato dal carattere “volontario” delle forze armate. La classe dirigente americana ha bisogno di una forza combattente che non si intimidisca davanti ad interventi criminali e sanguinosi in tutto il mondo. Una precondizione è la massima possibile immunizzazione delle truppe contro idee sociali progressiste o perfino contro i sentimenti e le opinioni critiche del cittadino medio. La recluta è deliberatamente rimossa dal suo ambiente di appartenenza, isolata e indottrinata.

Inoltre, visti obiettivamente, i soldati come gruppo devono riflettere cambiamenti nella società americana, il generale deterioramento morale e culturale, il dispossessamento di certe sezioni della popolazione in città piccole e grandi. Quanti provengono da comunità le cui radici sociali ed economiche sono state strappate? Quanti vengono da famiglie disastrate ed affrontano vite senza uscita?

L’intera guerra in Irak è un’atrocità, un crimine di guerra, lanciata sulla base di menzogne. È stato creato un ambiente controllato di patriottismo e sciovinismo ciechi. Alcune inchieste hanno evidenziato che il 70 per cento della popolazione statunitense credeva che gli iracheni fossero responsabili per gli attacchi dell’11 settembre. Non ci si deve sorprendere che una sezione sostanziale delle forze armate americane in Irak abbia introdotto l’idea che stavano combattendo contro dei “terroristi”. Completamente impreparati per ciò che li aspetta, gettati in un ambiente estraneo e ostile, le truppe americane rischiano inevitabilmente di commettere svariati crimini come inevitabile conseguenza di paure, stanchezza o demoralizzazione.

All’interno di quella forza combattente globale, inoltre, viene poi fatta un’altra selezione. Non tutti sono portati per essere poliziotti militari o guardie carcerarie. Alcuni già hanno quelle qualità, alcuni hanno ciò che i loro comandanti chiamano “la mentalità giusta”.

Alla fine, chiunque essi siano e qualunque elemento accidentale possa entrare in gioco, i fautori delle atrocità di Abu Ghraib sono il prodotto della società e della cultura americana—o meglio, il fallimento totale della società e della cultura americana.

Privati di tutto

Il carattere schiettamente “porno-sadico” degli attacchi sui prigionieri iracheni ritratto dalle foto pubblicate mostra un livello di privazione e di arretratezza culturale che ha ormai raggiunto livelli allarmanti. Qualunque sia il loro obiettivo militare, gli atti commessi suggeriscono che i loro autori non sono riusciti a superare delle fasi critiche di sviluppo umano, che soffrono di sviluppo arrestato.

Cosa dobbiamo trarre da uomini e donne che sodomizzano prigionieri indifesi con torce fosforescenti e manganelli?

Il seguente è estratto da un rapporto del Washington Post sulle torture ad Abu Ghraib:

“Mustafa Jassim Mustafa, detenuto numero 150542, ha riportato agli investigatori militari di essere stato anche lui testimone dell’assalto con torcia. Ha detto che era intorno al periodo di Ramadan, il periodo santo dell’anno musulmano, quando sentí delle grida provenienti da una cella sottostante. Mustafa disse che di sotto vide un gruppo di soldati che immobilizzavano un detenuto e lo sodomizzavano con una torcia.

“[Specialista Charles] Graner lo stava sodomizzando con la torcia, disse Mustafa. Il detenuto ‘stava gridando aiuto. C’era un altro uomo bianco con Graner—lo stava aiutando. C’era anche una donna soldato, bassa, stava facendo delle foto.’

“Un altro detenuto ha detto agli investigatori militari che i soldati americani lo hanno sodomizzato e picchiato. Il detenuto, il cui nome è mantenuto segreto da The Post poiché presunto vittima di un assalto sessuale, ha detto che è stato tenuto nudo per cinque giorni quando arrivò per la prima volta ad Abu Ghraib ed è stato forzato a stare in ginocchio per 4 ore con un cappuccio in testa. Ha detto di essere stato picchiato cosí forte che un giorno il cappuccio gli è volato via dalla testa. ‘La polizia mi diceva in arabo di strisciare, cosí ho strisciato sullo stomaco e la polizia mi sputava addosso mentre strisciavo, e mi picchiava sulla schiena, sulla testa e sui piedi,’ ha detto nella sua deposizione giurata.

“Un giorno, ha detto il detenuto, soldati americani lo hanno immobilizzato per terra e gli hanno allargato le gambe mentre un altro soldato si preparava a slacciarsi i pantaloni. ‘Ho iniziato a gridare,’ ha detto. Un soldato gli è montato coi piedi sulla testa, ha detto, e qualcuno ha rotto una torcia fosforescente e ha versato il contenuto chimico su di lui.

“’Ero fosforescente e loro ridevano,’ ha detto.

“Il detenuto ha detto che i soldati lo hanno poi portato in una stanza e lo hanno sodomizzato con un manganello. ‘Mi facevano le foto durante tutta la successione di eventi,’ ha detto agli investigatori.”

Il miscuglio di violenza e pornografia è tipico della frangia fascistica in America. Al WSWS abbiamo considerato in molteplici occasioni di pubblicare una porzione dei messaggi che riceviamo da persone di destra, al fine che il lettore possa avere un’idea della mentalità di questo elemento sociale. La grande maggioranza di questi messaggi rivela caratteri di semi-analfabetismo, oscenità e minacce.

Risulta evidente che gli individui imputati nel caso Abu Ghraib non hanno ricevuto quasi niente intellettualmente, emotivamente ed esteticamente. Ciò non deriva semplicemente da un’insufficiente istruzione—sebbene un’alta percentuale di americani oggi sappia appena leggere e scrivere—ma da un problema critico del processo cognitivo. Ciò si manifesta nella mancata capacità di concettualizzare la sofferenza del prigioniero iracheno, “l’Altro”, e di provare semplice compassione umana. É qui che si rileva un grado intenso di alienazione sociale.

Una breve panoramica delle biografie di alcuni di coloro già imputati ci può aiutare a comprendere. Questo gruppo di sette militari include alcuni individui estremamente oppressi ed altri provenienti da ambienti direttamente influenzati da prigioni e lavoro poliziesco, un miscuglio potenzialmente esplosivo.

Il soldato di Prima Classe Lynndie England, riservista di 21 anni, è divenuta famosa per le sue pose maliziose con prigionieri iracheni. In una foto, con una sigaretta che pende dalle labbra e con occhi vitrei, England indica i genitali di un prigioniero nudo e incappucciato. In un’altra posa a braccetto con il suo amante, Specialista Graner, dietro una piramide di iracheni nudi; entrambi sogghignano e approvano con un pollice in su. Una terza foto la rivela mentre porta al guinzaglio un prigioniero.

Secondo il Washington Post:

“England era determinata a partecipare alla guerra, così come lo era stata ad arruolarsi. Aveva diciassette anni ed era al terzo anno di scuola media superiore quando marciò dentro l’abitazione familiare (una casa mobile nella depressa cittadina di 1.300 abitanti chiamata Fort Ashby nello stato del West Virginia) annunciando la sua intenzione di arruolarsi. Essendo minorenne, aveva bisogno del consenso dei suoi genitori, i quali inizialmente si opposero.

“England era appena un metro e mezzo e pesava poco piu’ di quarantacinque chili. Ma era determinata ‘Ci ha detto che tra poco sarebbe comunque diventata maggiorenne, e che tanto valeva arruolarsi subito,’ ricorda suo padre, Kenneth England.

“Ma la sua decisione derivava prevalentemente dal desiderio di frequentare l’università per studiare meteorologia, come hanno dichiarato i suoi parenti. Aveva visto abbastanza spot pubblicitari dell’esercito per sapere che l’avrebbe aiutata a pagare l’università. Mentre aspettava di essere chiamata dall’esercito, England lavorava in un pollificio.

Il soldato specializzato Jeremy Sivits, ventiquattrenne e l’unico ad essersi dichiarato colpevole degli abusi, viene da Hyndman, un piccolo paese nella Pennsylvania. Quando la sua famiglia si trasferí a Hyndman, racconta il Washington Post, “i treni non facevano piú fermata a Hyndman e i posti di lavoro nelle ferrovie che in passato sostenevano l’economia locale erano svaniti... Il centro del paese è un semplice incrocio con due benzinai, una banca, un negozio di auto usate e un semaforo che lampeggia sempre rosso. È un paese ‘secco’: vendere alcolici è illegale.

“Freda Sivits, la madre di Jeremy, lavora nel ‘Dollar General,’ un negozio appena fuori città, dove le cassiere si dilettano coi pettegolezzi, come fanno molti dei 1.500 abitanti di Hyndman.” Il padre di Sivits vive di una piccola pensione ed e’ veterano del Vietnam; lo zio di Jeremy morì in quella guerra. Un insegnante descrive Jeremy come “un tipo non molto progredito.” La famiglia abita in una casetta che andrebbe riverniciata, con un porta mezza scardinata e un capannone scassato nel giardino, accanto ai binari della ferrovia.

Il quotidiano Pittsburgh Post-Gazette scrive che il più importante datore di lavoro a Cresaptown, nel Maryland, la base della trecentosettantaduesima compagnia di polizia militare, “è il penitenziario di stato, che fornisce anche riservisti già addestrati allo scopo. ‘Molta gente in città lavora lì,’ dice Curt Tringler, gestore di un piccolo negozio di equipaggiamento di polizia e sicurezza.” Tre dei sette soldati sotto accusa hanno dei legami con il lavoro di polizia o nei penitenziari.

Il soldato specializzato Sabrina Harman di Alexandria, nella Virginia, ventiseienne, è la figlia di un investigatore di polizia che, secondo CBSNEWS.com, “spesso portava a casa fotografie prese sul luogo del delitto per farle analizzare a tutta la famiglia.”

“Lei ha visto autopsie e scene del delitto da quando era bambina,” dice sua madre, Robin Harman a un giornalista. ...

“Sua madre dice che Sabrina Harman, che lavorava come aiuto-direttrice nella pizzeria Papa John’s prima di partire per l’Irak, sognava di diventare un’investigatrice di polizia nella sezione omicidi, come suo padre.”

Da civile, il sergente Ivan Frederick, trentasettenne di Buckingham nel Virginia, era una guardia carceraria nel penitenziario statale di Dillwyn, Virginia. In un diario che scriveva per la sua famiglia, Frederick si preoccupava di non essere stato sufficientemente addestrato per i tipi di prigionieri con cui aveva a che fare in Irak, e che essi erano soggetti ad abusi. Sembra che da piccolo il suo idolo fosse un suo zio che era nell’aviazione militare americana. Anche sua moglie è una guardia carceraria.

Il soldato specializzato Charles Garner, trentacinquenne di Uniontown, Pennsylvania, da civile fa la guardia nel carcere statale di massima sicurezza nella contea Greene in Pennsylvania. Sua moglie, da cui è separato, ha ottenuto dal tribunale tre ordinanze di protezione da abuso dal 1997. Nel documento presentato in tribunale per ottenere la prima ordinanza, Staci Graner dichiarò che Charles Graner minacciava di ucciderla, dicendole che “poteva tenersi le sue pistole, tanto lui non ne avrebbe avuto bisogno per farle ciò che aveva in mente.” Il giudice ordinò alla coppia di condurre le discussioni per la custodia dei figli in una stazione di polizia. Staci Graner dichiarò inoltre che suo marito “aveva installato senza avvertirmi e senza il mio consenso una videocamera dentro casa mia, e poi mi mostrava le videocassette che aveva registrato.”

L’arretratezza culturale è prevalente in America, specialmente nelle piccole città e paesi. Lasciate marcire dalle corporazioni che chiudono le fabbriche e le miniere per spostarle in posti più redditizi; devastate dai quei tagli di bilancio per l’educazione e i servizi sociali—nelle scuole pubbliche, musica ed educazione artistica sono state praticamente eliminate—che garantiscono un insufficiente livello di sviluppo intellettuale; abbandonate dai politici e dai sindacati; moralmente e spiritualmente isolate quasi come i villaggi sperduti della Cina; collegate con il mondo esterno solo tramite le idiozie della televisione (la “reality tv,” i programmi che mostrano le gesta dei poliziotti nelle aree povere, i talk-show pomeridiani, ecc.) e il pattume dei radio talk-show di destra—queste cittadine offrono ben poco. Per molte persone, specialmente giovani, la vita è tetra e senza futuro.

Quando si esce dall’autostrada guidando attraverso Dubois in Pennsylvania, Blaine, nello stato di Washington, Adamsville nel Michigan o Kingman nell’Arizona, si arriva rapidamente alla conclusione che senza dubbio gran parte dell’America vive già in condizioni simili a quelle della grande depressione degli anni trenta. Il fatto che milioni di persone lottano quotidianamente per sopravvivere, con due o tre impieghi, coi debiti fin sopra la testa, ad una sola busta paga dal disastro finanziario, trova la sua espressione fisica nella vernice staccata, le case e le fabbriche abbandonate, i macchinari arrugginiti, le strade cittadine deserte.

Un articolo pubblicato di recente dal St. Louis Post-Dispatch indica che le piccole cittadine, quelle con meno di quarantamila abitanti, hanno pagato un prezzo sproporzionato per la guerra con l’Irak. Il 46 percento dei circa ottocento soldati caduti provengono da tali posti, che rappresentano solo il 27 percento della popolazione Americana. Queste sono “reclute economiche,” costrette dall’assenza di altre opportunità ad arruolarsi nelle forze armate. Da questi elementi è emersa una certa percentuale di persone capaci dei crimini che sono stati commessi ad Abu Ghraib.

Tra i fattori più importanti c’è quello religioso. La chiesa Battista e altre specie di integralismi cristiani, la cui repressione ossessiva della sessualità trova espressione, alla rovescia, nelle prigioni Irachene. C’è anche da considerare il peso di decenni di propaganda da parte dei demagoghi di destra e dei film hollywoodiani. Trattare gli Iracheni come subumani diventa così, per alcuni, troppo facile.

Un detenuto Iracheno ha detto agli investigatori che un soldato “continuava ad abusarlo colpendo la sua gamba rotta e gli ordinava di maledire l’Islam. ‘Ho maledetto la mia religione perché mi colpivano alla gamba,’ ha detto. ‘Mi ordinavano di ringraziare Gesù per essere ancora vivo.’ Il detenuto ha detto che i soldati lo avevano ammanettato a un letto. ‘Credi in qualcosa?’ gli chiese un soldato. ‘Gli ho detto, “Credo in Allah.” Mi ha risposto, ‘Io credo nella tortura, e ti torturerò.’”

Responsabilità comune

Di chi è la responsabilità di questa situazione cosí depravata?

È dell’intero sistema politico e mediatico, dei partiti politici, dell’industria dell’intrattenimento e della cultura popolare, e degli intellettuali.

L’idiozia e il sadismo comincia dal vertice. Tucker Carlson, che è di destra, ha scritto di aver chiesto all’allora governatore del Texas George W. Bush cosa pensasse della condanna di Karla Faye Tucker. Secondo Carlson, Bush rispose con una pantomima, imitando il comportamento della Tucker nella sua intervista a Larry King, della CNN. “Per pietà, non uccidetemi,” disse Bush facendo finta di piagnucolare.

Nella vita quotidiana, gli americani, e non solo quelli che vivono nelle comunità più piccole, vivono in maniera impoverita. La cultura popolare, essa stessa largamente degradata e commercializzata, si sollazza nell’egoismo, individualismo, e avidità. Il “porno-sadismo” del cinema è ormai diventato un sotto-genere, che esso si manifesti nella forma quasi-anarchica dei film di Quentin Tarantino, o in quella del cattolicesimo evangelico di Mel Gibson. La sessualità viene offerta come un prodotto allettante e ossessionante, la pornografia è un’industria miliardaria, mentre le relazioni sessuali tra i giovani, secondo una recente inchiesta del New York Times Magazine, sono sempre più fredde e superficiali. I casinò e le lotterie, con le loro fantasie manipolatrici, imperversano. I ristoranti fast-food e i centri commerciali rovinano i paesaggi.

Come potrebbero l’insoddisfazione, l’inquietudine, e persino la rabbia non essere ampiamente diffuse?

Di fronte a tutto ciò, la politica, dominata dai ricchi e corrotti, sembra un mondo ostile e lontano. I mass media comunicano a e per conto di un pubblico ristretto ed isolato ai vertici della società. I cosiddetti intellettuali di matrice liberale, un gruppo codardo e conformista, si sono confortevolmente adattati al modo di vivere dell’estrema destra.

Solo coloro che moralmente e culturalmente non hanno ricevuto nulla dalla loro società possono esser capaci dei crimini commessi ad Abu Ghraib. E le forze armate americane avranno sempre più bisogno di questi tipi di persone per eseguire il loro sporco lavoro.

C’è bisogno del seguente avvertimento: queste forze militari, accompagnate da un esercito sempre più grande di mercenari professionisti “civili,” rappresentano un pericolo non solo per i popoli oppressi del Medio Oriente, dell’Asia e altrove, ma anche per i diritti democratici della popolazione negli Stati Uniti. Questi stessi elementi verranno mobilizzati contro il popolo americano nel momento in cui l’opposizione alle politiche governative diverrà un minaccioso movimento di massa.

I vari tribunali di guerra e inchieste parlamentari non faranno nulla per fermare la crescita di queste tendenze maligne nella società, e nelle forze armate americane. Rappresentano, al contrario, degli sforzi di relazioni pubbliche che hanno lo scopo di occultare le radici profonde e sistemiche del problema.

L’antidoto alla tortura e alla follia nelle prigioni irachene è la costruzione di un potente e indipendente movimento politico della classe lavoratrice contro le fondamenta marce del capitalismo, che è la fonte della violenza e della repressione. Un movimento socialista di massa farà richiamo alle migliori tradizioni del pensiero democratico ed egalitario negli Stati Uniti, ispirando milioni di persone con grandi ideali.

Gli orrori di Abu Ghraib rivelano in maniera molto acuta le due alternative a cui la popolazione americana e quella mondiale sono poste di fronte: socialismo o barbarie.

 



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