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Perchè l’amministrazione di Bush vuole una guerra

Dal comitato di Redazione del WSWS
14 settembre 2001

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In questa guerra isterica deliberata dal governo statunitense e di una stampa controllata dallo stato che non ha alcun senso di vergogna, è più che mai necessario mantenere non solo una compostezza di se stessi, ma anche l’abilità di pensare, analizzare e ragionare su questi eventi. È sicuramente adatto lamentare le terribili perdite di vite umane dell’undici settembre. In ogni modo, la commiserazione per le vittime, le loro famiglie e amici non dovrebbero accecare nessuno al fatto che sezioni potenti della classe dirigente statunitense considerano questa tragedia come una gradita opportunità per mettere in pratica un piano militaristico tramato da più di un decennio.

Guerre moderne richiedono un pretesto, un casus belli, che può essere confezionato per il pubblico come una giustificazione sufficiente per il ricorso alla guerra. Ogni guerra più importante nella quale gli Stati Uniti furono involti da quando emerse come una potenza imperialistica mondiale—dalla Guerra Spagnolo-Americana del 1898 alla Guerra Balcanica del 1999—richiese un evento catalitico che rende furiosa l’opinione pubblica.

Ma qualunque sia la natura di tali avvenimenti precipitosi, loro non hanno mai fornito, alla luce di una concreta analisi storica la prova di essere la causa reale delle guerre seguenti. Piuttosto, la vera decisione di fare guerra—già agevolata dal cambiamento dell’opinione pubblica causata dal casus belli —deriva in ogni istante da più sostanziali considerazioni originate negli strategici interessi politici ed economici della classe dirigente.

“Guerra,” dichiarò von Clausewitz nel suo aforisma spesso citato, “è una continuazione della politica usando altri mezzi.” Questo significa, fondamentalmente, che la guerra è un mezzo al quale i governi cercano di assicurare scopi politici che loro non possono ottenere in modo pacifico. Non c’è nessun motivo di credere che questa verità profonda non si applica agli avvenimenti che si sviluppano dopo le rapine e bombardamenti dello scorso martedì.

Gli attacchi contro il World Trade Center ed il Pentagono furono afferrati come una opportunità per mettere in atto un piano politico di vasta portata che gli elementi d’estrema destra della classe dirigente espressero rumorosamente da anni. Non oltre un giorno dell’attacco, prima che si fece alcuna luce sull’origine dell’assalto o le dimensioni della congiura, il governo e la stampa lanciarono una campagna coordinata per dichiarare che l’America è in guerra e che il popolo americano deve accettare tutte le conseguenze di una esistenza di un tempo di guerra.

La politica che si sta ora portando avanti—una espansione di azioni militari statunitensi all’estero e un severo provvedimento sui dissidenti all’interno—fu in preparazione da molto tempo. L’élite dominante americana fu impedita di attuare questa linea di condotta a causa dalla mancanza di un appoggio significativo dal popolo americano e da una opposizione dei rivali imperialisti in Europa ed Asia.

Adesso l’amministrazione di Bush ha deciso di sfruttare l’atteggiamento di choc e repulsione del pubblico sugli avvenimenti dell’undici settembre per avanzare i scopi economici e strategici globali dell’imperialismo americano. Bush ha il pieno appoggio di una stampa degradata e di un partito democratico che è più che felice di terminare qualsiasi finzione di opposizione al partito di destra repubblicano.

Giovedì scorso, Bush aveva quasi ammesso questo motivo, dichiarando che le atrocità eseguite due giorni prima avevano fornito “una opportunità per fare guerra contro il terrorismo.” Lui ha continuato a dire che la condotta di questa guerra sarebbe il punto centrale del suo intero governo. Tale dichiarazione di militarismo sfrontato sarebbe stata inconcepibile prima dell’undici di settembre. Però l’assalto contro il World Trade Center, nel gergo del real politik imperialistico, creò nuovi fatti.

Senza aver seriamente iniziato un’inchiesta, e tanto meno spiegare, le vere circostanze strane degli attacchi terroristici contro New York e Washington, il governo di Bush e la stampa dissero che una guerra totale sia l’unica risposta possibile a questi avvenimenti. Questo fu dichiarato prima che il governo stabilì l’identità politica dei terroristi, o rispose a domande preoccupanti su come tale congiura elaborata—apparentemente coinvolgendo una dozzina di cospiratori attivi all’interno degli Stati Uniti—potrebbe essere completamente compiuta e mai scoperta dal FBI, CIA e altri servizi segreti.

Né il Federal Aviation Administration, la Air Force o la FBI spiegarono il fatto di non emettere un allarme o un tentativo di intercettare gli aerei rapiti quando furono deviati dal loro corso e diretti ai centri vitali dell’istituzione finanziaria e militare degli Stati Uniti.

Nonostante le pretese di dispiacere e compassione, non ci potrebbe essere stato un evento più opportuno e fortuito per il governo di Bush che quello dell’attacco contro il World Trade Center e il Pentagono. Quando George W. Bush si svegliò l’undici di settembre, lui esercitava controllo su un’amministrazione che era in profonda crisi. Venuto al potere basato sulla frode e sulla repressione di voti, il suo governo era visto da milioni sia dall’America sia dal resto del mondo come illegittimo.

La base sociale d’appoggio molto limitata che la sua amministrazione aveva fin dall’inizio fu rapidamente corrosa di fronte a un accrescimento di crisi economica negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Incapace di portare avanti alcuna soluzione contro il continuo aumento di disoccupazione e perdite catastrofiche della Borsa, affrontando critiche sulla evaporazione dell’eccedenza di bilancio e rompendo la sua promessa di non spendere i fondi del sistema previdenziale, l’amministrazione stava mostrando segni di un dissenso interno e di confusione.

Quasi tre settimane fa, il 20 di agosto, il New York Times aveva pubblicato un articolo di prima pagina rivelando le paure delle classi dirigenti che il capitalismo globale stesse scendesse rapidamente in una recessione globale di proporzioni massime. “L’economia mondiale,” il Times scrisse, “che aumentò ad un ritmo furioso appena un anno fa, sta rallentando fino a trascinarsi, e gli Stati Uniti, l’Europa, il Giappone e altri importanti paesi in via di sviluppo subiscono una rara crisi simultanea.”

Il Times continuò a scrivere che: “Le ultime statistiche economiche da tutto il mondo mostrano che parecchi economiche potenze regionali—Italia e Germania, Messico e Brasile, Giappone e Singapore—diventarono economicamente stagnanti, sfidando aspettative che aumenti in altri paesi avrebbero aiutato a compensare per il rallentamento economico negli Stati Uniti. ... [M]olti esperti dicono che il mondo stia facendo esperienza di una scudisciata economica, arretrando la percentuale di crescita più velocemente e coinvolgendo le economie eminenti che non si è visto sin dalla crisi di petrolio del 1973. E questa volta non c’è nessun elemento ritenuto responsabile della molta diffusa debolezza, convincendo qualche economista che un ristabilimento sarà lento nel venire.”

“‘Noi abbiamo raggiunto un rapido sviluppo economico ed un rapido fallimento mai visto fin dalla crisi del petrolio,’ disse Stephen S. Roach, il capo economista del Morgan Stanley, una banca d’investimento a New York. ‘Questo tipo di freno di sosta sembra di farci volare attraverso il parabrezza.”

Il Times descrisse derisoriamente la reazione dell’amministrazione di Bush sulla crisi rivelante: “L’amministrazione di Bush ancora pone relativamente una brillante lucidezza sul quadro economico.” Riportò con evidente scetticismo la progettazione della White House di un rialzo acuto nella economia statunitense alla fine di questo anno o all’inizio del 2002.

Nello stesso giorno il Times riportava che la compagnia Ford Motor si stava preparando ad annunciare più licenziamenti e citava il suo Presidente, Jacques Nasser, che disse: “Noi non vediamo nessun elemento di speranza che farà ristabilire la forza dell’economia” nei prossimi dodici o diciotto mesi.

Il Wall Street Journal forniva una stessa valutazione pessimistica , scrivendo: “Quasi dopo un anno che iniziò la crisi dei settori di alta tecnologia e industria, molti altri pilastri che sostengono l’economia stanno iniziando ad indebolirsi. Imprese che lo scorso anno avevano iniziato a tagliare spese per attrezzature e software, ora tagliano spese per proprietà immobiliare di industrie ed uffici.

“Vendite di automobili, le quali quest’anno furono prospere in un modo sorprendente grazie ad incentivi generosi e a tassi d’interesse basse, ora iniziano a diminuire. ... Fin da aprile, quasi tutti i gruppi industriali rintracciate dal Dipartimento di Lavoro hanno ridotto le paghe. I cantieri hanno rasato 61.000 posti di lavoro tra il mese di marzo e luglio, il più evidente esempio dell’eccesso dai settori di alta tecnologia e industria.”

Lo scorso venerdì l’umore pessimistico all’interno dei cerchi degli affari diventò quasi un panico quando il rapporto della disoccupazione per il mese di agosto annunciato dal Dipartimento di Lavoro mostrava una rapida salita nella quota di disoccupazione, cioè dal 4,5 percento al 4,9 percento in un solo mese. Quasi un milione di posti di lavoro furono distrutti in agosto perchè le eliminazioni colpirono ogni settore dell’economia. Affrontando la possibilità di un collasso delle spese dei consumatori, investitori hanno corso a vendere sottocosto le loro azioni. Il Dow Jones Industrial Average precipitò a 230 punti, concludendo il giorno di sotto a 10.000 punti.

La crisi economica ha composto una miriade di dilemmi in base alla politica estera dell’amministrazione di Bush. La politica di Washington sull’Iraq fu ridotta in un caos, con sanzioni che crollano e gli Stati Uniti affrontando aperta ostilità dalla Francia, Germania, Russia e Cina per i suoi progetti di mantenere le sanzioni e intensificando la sua vendetta contro Saddam Hussein.

Su questo e altre questioni importanti gli Stati Uniti si trovavano incapaci di prendere risoluzioni attraverso le ONU Security Council e altre associazioni internazionali. In una vasta miriade di topici—come la difesa missilistica, il riscaldamento mondiale, e la corte criminale internazionale—gli Stati Uniti furono in un vasto conflitto con quasi tutti dei suoi alleati nominali.

La crescita di proteste sociali e sentimenti anti-capitalisti furono espressi nella ondata delle manifestazioni “anti-globalizazzione” che rivelarono l’isolamento estremo dei governi delle maggiori potenze e l’ascendente malcontento popolare sulla loro politica di destra, notata di essere espressa soprattutto dall’amministrazione di Bush.

Però nella conseguenza dell’attacco terroristico dell’undici di settembre, l’amministrazione di Bush, con l’aiuto della cinica e sofisticata campagna della stampa, sta lavorando per stimolare una febbre di guerra patriottica che le permetterà di superare, almeno per il momento, i presenti problemi, mentre crea le condizioni per cambiamenti profondi e duraturi nell’ambo fronte domestico ed estero.

In nome della unità nazionale, il partito democratico ha dato a Bush un assegno in bianco per fare guerra, per aumentare le spese del militare e ridurre i diritti civili. Come un commentatore indicò in modo adatto: “Noi agiremo come se abbiamo un partito nazionale unito. Questo significa che opinioni alternative saranno represse.”

Il Washington Post fu il portavoce dell’istituzione liberale richiedendo nell’editoriale del 14 di Settembre una riduzione di diritti democratici e civili. Intitolato “Nuove leggi,” l’editoriale dichiarò: “[S]e rispondere a questo attacco vuol dire diventare veramente un principio organizzato della politica statunitense, come noi crediamo dovrebbe essere—se gli Stati Uniti devono intraprendere una difficile campagna prolungata contro di quelli che minacciano a loro—allora né la politica né la diplomazia può ritornare a dove erano prima. Questo è quasi del tutto vero perchè il Congresso e altri discutono la possibile necessità di sacrificare la vita privata, la libertà di movimento e altri diritti per i bisogni della sicurezza domestica.”

Decina di miliardi di dollari sarà pompati nell’economia a forma di spese militari e di sicurezza, e nel ricostruire i quartieri distrutti della città di New York. Il poco che rimane della rete di sicurezza sociale—assistenza sanitaria agli anziani e la provvidenza sociale—non sarà permesso di impedire il perseguire della vaga lotta tra il bene e il male proclamata dalla White House e il dal Congresso.

Ogni limitazione all’esercizio della potenza militare statunitense e alle attività controrivoluzionari della CIA sarà abolita. Da anni le più reazionarie sezioni della classe dirigente, nelle pagine editoriali del Wall Street Journal e le pubblicazioni degli istituti di destra, si dettero da fare per una fine alla “Sindrome del Vietnam” e richiedendo un uso sfrenato di forza militare per assicurare gli interessi dell’imperialismo statunitense. Adesso vedono la possibilità di realizzare i loro piani.

Già prominenti portavoci di entrambi partiti richiedono la revoca dell’ordine presidenziale che proibisce l’uso di assassinio come strumento di politica estera. I democratici hanno acconsentito di votare per la deliberazione dando alla White House una autorità potenzialmente senza limiti di fare guerra contro qualsiasi nazione che reclama di aiutare o incoraggiare terroristi. Non ci sono dubbi che il primo bersaglio di una voluminosa campagna di bombardamento, unita con una invasione terrena, sarà l’Iraq. Comunque, altri paesi saranno sicuramente sotto bersaglio.

Come un ufficiale militare disse lo scorso mercoledì: “Le costrizioni sono state abolite.” Il segretario della difesa, Donald Rumsfeld, indicò che le meditate azioni militari “non saranno limitate a sole entità, o entità statali o non-statali.” Il democratico di Georgia, Zell Miller, fu molto più franco nell’esprimere il desiderio di spargere sangue che predomina i circoli di governo: “Bombardateli tutti. Se ci saranno dei danni collaterali, così sia.”

Il senatore John McCain affermò che gli Stati Uniti “non dovrebbero escludere qualsiasi arma militare eccetto quella nucleare.” Il colonnista Thomas Friedman del New York Times rifiutò di fare questa stessa osservazione. Nel suo articolo intitolato “Terza Guerra Mondiale” scrisse che mentre l’attacco dell’undici di Settembre “sia la prima battaglia principale della Terza Guerra Mondiale, potrebbe essere l’ultima che coinvolge soltanto armi convenzionali, non nucleari.”

Il popolo americano, in un momento di gran dolore ed ansia, è comandato di accettare la possibilità di avere i loro figli mandati a terre lontane per uccidere e farsi uccidere, per combattere un nemico o nemici che fino a ora non hanno nomi, ed allo stesso tempo di accettare la distruzione dei loro diritti democratici.

Quello che non dicono a loro è che l’elite aziendale e finanziario americano, in nome di una guerra santa contro il terrorismo, intende di infliggere morte e distruzione a delle innumerevoli migliaia di persone allo scopo di realizzare scopi globali nutriti da tanto tempo. Non ci sono dubbi che questa crociata per la “pace” e “stabilità” diventerà l’occasione per gli Stati Uniti di mantenere una salda presa sul petrolio e gas naturali del Medio Oriente, il golfo Persico e il Caspico? Dietro le dichiarazioni patriottiche e pie dei politici e dei commentatori dei mezzi di comunicazione di massa, reggono i loro piani di imperialismo americano per dominare nuove parti del mondo e stabilire una egemonia mondiale.

 



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